Vai all'homepage del Messaggero Vai all'homepage della Basilica

Dicembre 2003
Vai al sommario
n. 10512



Primo piano
 
Betlemme, duemila anni dopo

La riconciliazione possibile

Tra kamikaze e check point, Gesù tenta di rinascere in una terra divisa sulle scelte di una convivenza difficile ma necessaria. Eppure, in silenzio, c’è chi lavora per la pace.

di Antonio Gregolin

BETLEMME
È il silenzio del Natale: profondo e divino. Un silenzio fatto di tempo, storia e uomini. Silenzio che non vuole essere un’inventiva per vivere un Natale di tendenza o alla moda. È questo lo spirito natalizio che vorremmo fare risorgere come una laude nella notte santa. Scoraggia poter pensare ad un Natale che sia silenzio. Spaventa, dover immaginare di scrollarci quel superfluo che addobba le nostre case e i nostri pensieri in questi giorni. Può far paura ascoltare un augurio come il nostro: ma abbiamo il coraggio di credere che questo omaggio al silenzio, possa diventare un segno di profonda speranza.
È là, in quella grotta della lontana Palestina dove il silenzio è tornato ad essere il padrone della storia; dove tutto si è fatto Natale. Laddove quel silenzio è stato il primo testimone della redenzione umana. In quell’oscurità in cui la luce è diventata speranza e la paura si è fatta certezza che Cristo ha incontrato in quell’antro sperduto il silenzio terreno. Quello, cioè, che sorge spontaneo in noi quando ci affidiamo al non detto, all’inesprimibile, alla paura, alle forti emozioni o ci sentiamo sovrastati dagli eventi. Penso ancora all’emozione provata qualche mese fa, quando trovandomi solo, dentro la grotta di Betlemme, nel più totale silenzio, pensavo a quel clima di silenzio che adottò la luce del parto divino perché «Non c’era posto per lui nell’albergo» come scrivono le letture.
Da sempre, davanti a quella stella d’argento, si è prostrata l’umanità intera. Ma oggi, dentro quel primitivo Natale, c’è un silenzio assordante. Un silenzio che diventa storia contemporanea. Elaborazione di vicende di due popoli in conflitto tra loro. Di uomini contro. Di follie vissute come verità.

La mangiatoia e il muro
Il Cristo di oggi nasce sotto assedio. Con una stella che porta il nome sbiadito di Road Map. Un Natale che è ancora libero dai muri di separazione: «Ma – promettono le autorità israeliane – entro il 2005 anche Betlemme avrà il suo muro di confinamento». Un Natale armato con la paura degli attentati dei kamikaze. Un Natale che divide come non mai i popoli che si contendono la Terra di Dio. Difficile davvero comprendere il problema israelo-palestinese, stando fuori dalla realtà d’Israele. Impossibile tentare di capire a distanza cosa sia l’occupazione dei territori; il clima degli attentati, il sangue e la vendetta, senza aver vissuto l’esperienza di condivisione con la gente che è protagonista. Chi non vede e giudica dovrebbe fare silenzio. Dovrebbe affidarsi al quel silenzio, che da tre anni è calato con forza nella grotta di Betlemme, come in tutti i luoghi santi.
Dove un tempo si vedevano file interminabili di pellegrini, oggi incontriamo sparuti visitatori. In questo clima ti capita la «fortuna» di rimanere per molto tempo alla luce delle torce ad olio, contando su una mano chi entra per pregare. Le più sono donne musulmane betlemite che riconoscono la venerazione alla figura della Madre cattolica. Quando, però, ti affacci sul piazzale della Natività, gli arabi cristiani e musulmani che da secoli convivono pacificamente nella piccola città di Betlemme – oggi divisa dalla grande Gerusalemme dal blindato check-point militare 300 –, tutti ti scrutano con stupore.
«Uno straniero, un pellegrino» t’immagini che pensino. «Qui, i turisti non li vediamo più da tre anni. Siamo rimasti soli con i nostri problemi. Salam!». Pace ti senti rispondere con insistenza nei pochi negozietti impolverati rimasti coraggiosamente aperti lungo le vie del centro.

Francescani per la pace
Una pace difficile trova instancabili testimoni in coloro che operano nel silenzio, per il futuro di questa gente. Piccoli miracoli di questo Natale. Padre Michel Giarnoux è un francescano francese che custodisce il sito archeologico della grotta dei pastori. Da solo offre lavoro ad operai palestinesi chiamati a riportare alla luce ciò che resta delle primigenie comunità cristiane. Padre Ibrahim Faltas è il frate della Natività che dopo l’occupazione della Basilica è tornato a dirigere a Betlemme una scuola mista di oltre mille ragazzi. Fra Feras Hejazin è un religioso giordano che quotidianamente fa la spola tra i territori occupati e Gerusalemme per assistere le famiglie cristiane d’origine araba. Padre Pierbattista Pizzaballa è un atipico frate minore bresciano chiamato ad operare tra gli ebreo-cristiani di tutta Israele. Padre Ibrahim Hijazin è il parroco di Ramallah, il centro politico e sociale della Palestina di oggi. Don Franco Ronzani è un attivo salesiano vicentino che vive da oltre vent’anni a Betlemme, dove oltre al Museo Internazionale del Presepio – aperto nel 1999 e subito chiuso dopo l’inizio dell’Intifada – ha avviato una scuola di arti e mestieri per giovani artigiani. Costruttori di pace che nel silenzio operano per edificare la speranza. Missionari impegnati dove la missionarietà è nata: «Andate e predicate il Vangelo alle genti» disse qui Gesù.
Basta superare a testa bassa la soglia della minuscola porta che si apre sulla navata della grande Basilica della Natività per ritornare al passato e sentire la storia di quel silenzio. Un silenzio che t’accompagna senza cercarlo, trasformandosi in racconto davanti agli antichi mosaici bizantini del pavimento. Storia di ieri e di oggi: basti ricordare l’ultimo assedio armato che nel maggio del 2002 confinò per oltre 40 giorni, decine di palestinesi dentro la Basilica in fuga dai tank israeliani. L’evento da allora è ricordato come: «L’assedio della Natività». Il destino di quell’umile grotta è tornato ad essere quello di dare rifugio a quanti chiedono riparo. Qui la fastosità dei cerimoniali non compete con la semplicità di altre immagini quotidiane che non fanno notizia. Là, dove nel silenzio i piccoli rumori si amplificano e i passi di una bambina che scendeva le scale verso la grotta, ti possono sembrare pesanti. Vedi una creatura sola, vestita di pizzo e tulle bianco, con l’abito della festa. Gli occhi sembravano ancora più grandi e neri, avvolta in tutto quel candore. Mi guardò mentre stavo in un angolo dell’altare della mangiatoia, abbozzando un timido sorriso prima di posare le sue piccole mani sulla stella d’argento. La semplicità di quella creatura sembrava unirsi alla semplicità di quella nascita divina. Un’icona reale del Natale. È bastato un click della mia macchina fotografica per rompere quel mistico silenzio. Da allora, è questa l’immagine che porto dentro dopo aver visto sangue e dolore: quella di una bambina sola con la sua umanità che, portava come offerta l’innocenza, su quella culla universale fattasi altare. Un dono prezioso più di oro, incenso e mirra. Per questo l’ho immaginata come un angelo del Terzo Millennio. Quasi un messaggero che non usa le parole ma l’esempio. Una figura che non dovrebbe mancare in ogni presepio del mondo.

Cristo blindato
La realtà, oltre queste pareti di roccia, è ben diversa. Fuori c’è un popolo che soffre e un altro che si difende. Se Cristo oggi tornasse, sarebbe tra quelle strade che si trasformano quotidianamente in campi di battaglia. Vivrebbe nei campi profughi. Viaggerebbe su autobus blindati per paura di attentati. Farebbe la fila ai check point con un documento in mano aspettando il via libera da un soldato. Camminerebbe per i sentieri di montagna che portano ai villaggi occupati, così come entrerebbe nei caffè o nei negozi blindati delle città israeliane. Ascolterebbe le ragioni di chi si dichiara disposto a tutto per la pace; come di quanti sono pronti ad immolarsi nel nome del popolo. Conforterebbe le tante madri che piangono i loro morti innocenti. Starebbe tra il popolo e lontano dalle dispute politiche internazionali, convinto che la pace nasca nel cuore degli uomini, palestinesi o israeliani, prima ancora che sui trattati internazionali. Per questo il Cristo nato oggi, non cambierebbe le sue parole. Se davvero capissimo il valore di quel nostro far silenzio davanti alla storia, forse ascolteremmo ancora l’eco di quel Verbo incarnato. Se solo mettessimo a tacere i rancori e le rivendicazioni, le armi e fermassimo le ruspe che edificano muri destinati a tagliare più di un coltello, capiremmo quanto quel nostro silenzio, abbia un valore che va oltre i «Sé» del mondo d’oggi.
Un mondo tanto grande e complesso da essere però ancora contenuto dentro una piccola grotta, su un’angusta mangiatoia.



© 2016 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice
Via Orto Botanico 11 - 35123 Padova (Italy) - P.Iva 00226500288
email: info@santantonio.org | Informativa su privacy e cookie
web design: Roberto Lucarda

 

The EU 2009/136/EC Directive regulates the use of cookies. By continuing to browse this site, you are agreeing to our use of cookies.