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Marzo 2003
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n. 1193



Chiesa domani

L'INTERVISTA

Le donne nella Chiesa più voci per un solo coro

Il Concilio ha smosso le acque e, con esso, la donna ha fatto dei bei passi in avanti. Ma il cammino è tutt’altro che compiuto. La teologa Cettina Militello qui ci dice perché.

di a cura di Vittoria Prisciandaro

Donne e chiesa. Una relazione che dalle origini ad oggi ha attraversato più fasi. La teologa Cettina Militello, presidente della Società italiana di ricerca teologica (Sirt) e docente presso diverse università religiose, ne individua tre. «Quella del discepolato di eguali, relativo alla situazione neotestamentaria; il binomio subordinazione-equivalenza dall’età dei Padri sino al XIX secolo; e poi le tappe proprie del movimento femminile o femminista».

Msa. Partiamo dalle origini…
Militello
. Il Nuovo Testamento, secondo alcuni autori, presenterebbe documenti e attestazioni circa una comunità nella quale discepoli e discepole sono alla pari nel seguire Gesù e nell’annunciare il Vangelo. Ma tutto questo si perde prestissimo. L’epoca dei Padri, con il Medioevo e poi fino al XIX secolo, sono nel segno di una considerazione paritaria nell’ordine della grazia, cioè nel dire che la salvezza è per tutti, e uomini e donne sono ammessi agli atti fondamentali dell’iniziazione cristiana: battesimo, confermazione, eucaristia. Ma poi la donna è considerata diseguale nell’ordine della storia e della vita civile e religiosa. Nella Chiesa, come anche fuori, a fare la differenza è la condizione in cui si nasce. Questa situazione cambia nel secolo XIX, con il mutato quadro socio politico, quando le donne assumono un modello di emancipazione. La fase più interessante è quella che vede Giovanni XXIII riacquistare istanze legate al movimento del femminismo cattolico di inizio secolo, con la famosa frase sulla donna e il suo accesso alla vita pubblica come segno dei tempi. Tutto questo coincide, di lì a poco, con la stagione conciliare.

Cosa cambia con il Concilio?
Muta il modo di appartenere alla Chiesa: non è più una nozione gerarchica, ma è legato all’iniziazione cristiana: tutti siamo popolo di Dio allo stesso modo. Il Concilio comporta anche l’accesso delle donne allo studio e all’insegnamento della teologia. Ma questo non risolve il problema…

Perché?
Perché resta il pregiudizio culturale e la concezione potente del ministero. Il timore di perdere potere contrappone chierici e laici e anche donne e clero. La questione è sempre quella del come ridisegnare la comunità ecclesiale secondo i ruoli che le diverse componenti devono assumere.

Ma cresce l’attenzione alla donna nel magistero degli ultimi pontefici…
Indubbiamente, ma, se vogliamo, c’era anche prima. Il problema è elaborare una figura non solo paritaria, ma di reciprocità. E questo forse è facile teoricamente, ma non sul piano pratico. Il disavanzo è, soprattutto, tra una teoria anche seducente e una pratica ecclesiale che è ancora molto rudimentale.

In cosa le sembra che la partecipazione femminile sia più carente?
I laici non sono presenti a livello di corresponsabilità ecclesiale. E se ci sono, sono clericalizzati. Inoltre, nella Chiesa permane il pregiudizio antidonna. Una formazione che demonizza la donna, fosse solo come meccanismo di autodifesa, comporta poi una difficoltà ad assumerla come compagna, come partner dal punto di vista ecclesiale. Fino a quando le donne saranno paragonate a Eva, o viste come figlie di Eva, e il modello positivo, ma unico, sarà quello della vergine Maria, faranno molta fatica a essere rispettate e accolte.

Quali sono i passi da compiere?
Per rendere attiva la donna come tale, una delle vie è la competenza teologica, perché una donna che sa, interloquisce e non può essere ridotta al silenzio. Però è anche vero che ci vogliono gli spazi per poterlo fare. Probabilmente ci sono anche donne cooptate per disegnare i programmi pastorali o i documenti ecclesiali, però mi chiedo che cosa esse possono davvero fare o se non ci sia una selezione accondiscendente e ossequiente. A volte la donna diventa una sorta di fiore all’occhiello a cui si rende omaggio, dopo di che si continua come prima.

Che consiglio dà alle laiche?
Studiare. La teologia del dopo Concilio ha avuto tante forme, non c’è solo quella accademica, ma anche quella chiamata «teologia popolare» o di base: cioè se qualcuno vuole significare qualcosa nella comunità, deve essere in grado di dare ragione della propria speranza. Il che vuol dire che in una parrocchia bisogna chiedere percorsi di acquisizione di coscienza che, innanzitutto, sono di acquisizione di contenuti: la scuola biblica, la scuola liturgica… Lo studio non è un optional.



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