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Ottobre 1999
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n. 1155



Uomo oggi

Casalinghe: mestiere in estinzione? Non chiamateci «angeli»

Erano chiamate «angeli del focolare», silenziose e sempre pronte ad accudire, cucinare... Le casalinghe hanno una nuova consapevolezza e alzano la voce, chiedono un riconoscimento del loro ruolo. L’epoca delle sole parole è finita: chiedono i fatti.

di Sabina Fadel

Nell'Annuario Istat 1980, la casalinga appariva ancora tra la popolazione «inattiva». Risale solo al 1975 una risoluzione del Consiglio d'Europa nella quale si invitavano tutti i paesi a riconoscere il valore economico del lavoro familiare. Mentre è appena del 1995 la sentenza della Corte Costituzionale nella quale si precisa che: «fare la casalinga è un lavoro», tale da «essere ricompreso nella tutela che l'art.35 della Costituzione assicura al lavoro in tutte le sue forme».
Alle soglie del 2000 si può finalmente affermare che la casalinga, anche per la legge italiana, «lavora». Ma quale valutazione economica dare a questo lavoro? Lo abbiamo chiesto a Livia Fornaciari Chittoni Davoli, uno dei pochi economisti che hanno studiato il fenomeno del lavoro casalingo. «Recenti stime europee - sostiene - indicano che fra i diversi paesi dell'Europa il lavoro non monetizzato, cioè non del tutto valutabile perché ha un alto valore aggiunto e non offre un reddito immediatamente visibile, rappresenta circa il 57 per cento del valore economico complessivo attribuibile al lavoro. Buona parte di questo è certamente costituita dal lavoro familiare, per cui possiamo affermare che l'economia europea si regge per una buona metà sul lavoro nella famiglia».
Un apporto che costa sia in termini di fatica, sia di rischi. Le statistiche dell'Istat parlano di oltre 2 milioni e mezzo di persone coinvolte, in un anno, in almeno un infortunio domestico non mortale, e di oltre 8 mila incidenti mortali (indagine Istat Multiscopo), molti di più rispetto ai lavori fuori casa, che sono stati lo scorso anno 1343 (fonte: Inail). Ma risale appena allo scorso mese di maggio il provvedimento che istituisce per le casalinghe (e i casalinghi) tra i 18 e i 65 anni, l'assicurazione obbligatoria all'Inail per la tutela dai rischi di infortuni tra le mura domestiche. Mentre chi lavora fuori casa è tutelato da oltre cent'anni da un'analoga assicurazione.
Ai rischi per la salute fisica si aggiungono quelli per la salute psichica. Elvira Reale, psicoterapeuta e responsabile del «Centro prevenzione salute mentale donna» dell'Asl 1 di Napoli, afferma che pur non essendoci alcuna correlazione diretta tra lavoro casalingo e disagio psicologico, la casalinga può trovarsi più esposta rispetto alla donna che lavora anche fuori casa.
«Questo avviene - dice - perché la presenza di un lavoro esterno può ridurre lo 'spazio di cura', cioè l'ambito in cui più facilmente si produce il disagio psichico. Alla radice del disagio di molte donne, infatti, molto spesso c'è un concetto errato di maternità, il quale porta la donna-madre a farsi carico in genere di tutti i problemi degli altri, dimenticando i propri. È necessario, dunque, che la donna impari a porre una giusta distanza tra sé e gli altri, che si protegga da atteggiamenti simbiotici dannosi.
Ciò significa che, se il lavoro esterno non è un'ulteriore causa di stress, può rappresentare per la donna un'occasione per affermare se stessa, i suoi desideri e le sue esigenze».
Ma se il mestiere di casalinga è così duro e sottovalutato perché c'è ancora chi si ostina a farlo? «Infatti sono sempre meno a farlo» ha affermato Linda Laura Sabbadini, dell'Istituto nazionale di statistica (Istat), presentando l'indagine Multiscopo «Famiglia, soggetti sociali e condizione dell'infanzia» (1998), a un recente convegno organizzato dal ministero per la Solidarietà sociale. «I dati indicano una tendenza delle donne giovani e adulte a scegliere sempre meno il modello tradizionale 'casalinga moglie madre' - sottolinea la ricercatrice - La tendenza è chiara e generalizzata e riguarda anche il Sud del nostro paese. Il modello tradizionale, nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, è diminuito, in soli tre anni, del 20 per cento al Sud, con un ritmo maggiore che nel resto del paese coinvolgendo il 34,8 per cento delle donne». Le giovani donne casalinghe sono, quindi, una minoranza sempre più ristretta e spesso vivono la loro condizione come un ripiego davanti alla difficoltà di trovare un'occupazione. Lo dimostrano, ancora una volta, i dati: una donna su cinque tra le lavoratrici fuori casa si è detta professionalmente insoddisfatta, mentre casalinghe scontente sono una su tre. Si individua, quindi, una tendenza in atto destinata a provocare in futuro grandi cambiamenti.
Casalinghe a rischio estinzione, dunque? «Purtroppo è quanto appare dalle indagini che spesso, però, contengono una illogicità di fondo - risponde Federica Rossi Gasparini, presidente di Federcasalinghe, l'associazione di categoria più numerosa che raccoglie oltre 800 mila iscritte - . Se chiediamo a una diciottenne di oggi quale lavoro sogna per il suo futuro, non ci sentiremo di certo rispondere 'la casalinga', perché ha in mente un modello, trasmesso dalla nostra società, secondo cui solo la donna che lavora fuori casa ha valore. Poi, con l'età e, soprattutto, con la nascita del primo figlio, le cose cambiano. In una nostra indagine abbiamo chiesto a giovani madri che lavorano a tempo pieno fuori casa, se erano disposte a dedicarsi al lavoro casalingo potendo contare su un assegno mensile. La stragrande maggioranza delle interpellate si è detta disponibile al cambio». Ma quell'assegno non c'è, come «mancano ancora - afferma la Gasparrini - leggi che tutelino maggiormente le donne che lavorano in casa, introducendo, ad esempio, detrazioni fiscali per le famiglie che si avvalgono di collaborazioni esterne per accudire i bambini o gli anziani».
E le casalinghe cosa ne pensano? Francesca Feraboli, 60 anni di Milano è associata al Mo.i.ca., il Movimento italiano casalinghe. «La mia è stata in parte una scelta e in parte un'imposizione - racconta - . Trentasei anni fa, quando ho avuto il primo figlio, non esistevano strutture in grado di favorire la scelta di un lavoro esterno e così ho dovuto rimanere a casa. Per alcuni aspetti sono stata contenta della mia scelta, perché così ho potuto crescere i miei figli, ma al contempo ho dovuto affrontare enormi sacrifici economici. E poi quando, nel 1992, la tristemente nota legge Amato mi ha scippato la pensione per cui avevo versato 15 anni di contributi, mi sono sentita proprio fregata. Come fa una casalinga, oggi, a essere contenta se accadono ancora queste cose?».
Di altro avviso è Liliana Bognini, 50 anni, di Milano, iscritta a Federcasalinghe. «Credo che qualcosa si stia muovendo a favore delle casalinghe e il merito va soprattutto alle associazioni di categoria che hanno saputo premere sulla classe politica e sull opinione pubblica. Quella di rimanere a casa è stata una mia scelta ben precisa e serena, anche perché non avevo preoccupazioni economiche e dunque non ho alcun tipo di rimpianto: non credo che se avessi lavorato fuori casa avrei raccolto maggiori soddisfazioni».
«La casalinga oggi è portatrice di una cultura che la nostra società sta perdendo ci tiene a precisare Camilla Occhio-norelli, vicepresidente del Mo.i.ca. - . Mi riferisco a un modo di intendere la vita e, soprattutto, i rapporti familiari che forse resiste ancora solo nelle cittadine di provincia. Nella famiglia un tempo era normale si creasse una rete di solidarietà per cui se, per esempio, c'era un familiare ammalato, c'era sempre chi correva non ad accudirlo, ma a consolarlo. E questa funzione consolatoria, la capacità di preoccuparsi per l'altro è sempre stata una caratteristica tipicamente femminile. Purtroppo la donna che lavora fuori casa non ha più il tempo di seguire queste relazioni e la famiglia si sta trasformando in un luogo privo di quello spessore affettivo così importante. Io credo in questi valori e non voglio che si perdano: per questo a suo tempo ho scelto di rimanere in casa ad allevare i miei tre figli, per trasmettere loro questo senso di famiglia. E non me ne sono mai pentita. Io credo che le donne casalinghe, oggi più che mai, dovrebbero esportare nella società il modello familiare di efficienza, affetto, attenzione alla persona, in cui credono e al quale hanno improntato la loro vita».

 

       
LA BEFFA DELLE PENSIONI      

In Italia, il primo riconoscimento del lavoro familiare - autorevole ma non efficace sul piano legislativo - fu la storica sentenza della Corte Costituzionale del 19 gennaio 1995 (n. 28), con cui i giudici costituzionali definivano l'attività svolta in casa un vero lavoro e come tale da garantirsi sotto il profilo della sicurezza sociale come qualunque altro lavoro, come prevede l'art. 35 della Costituzione.
Il governo nell'anno successivo, con la legge 565/96, istituisce di fatto il «Fondo mutualità pensioni per le persone che svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari», a decorrere dal 1° gennaio 1997.
La soddisfazione con cui è stata accolta la normativa previdenziale in questione è andata via via scemando nel periodo successivo a quel 1° gennaio 1997, data in cui il Fondo avrebbe dovuto attivarsi. Siamo ormai a ottobre 1999 e l'unico atto formale operato è stato l'insediamento del comitato amministratore a cui il Mo.i.ca e la Federcasalinghe, le uniche due organizzazioni nazionali, partecipano in rappresentanza di interessi della «categoria».
Insomma, per ora, nessuna casalinga è iscritta al Fondo né può esserlo, mentre allo       stesso vengono acquisite le «vittime» della legge 389/63 («Mutualità pensioni casalinghe»), un primo provvedimento di tipo elettoralistico per le casalinghe, che anziché una rendita pensionistica comportò alla fine una vera e propria elemosina: 10 / 20 mila lire mensili, dopo 25 anni di versamenti. Sono proprio queste posizioni che il comitato amministratore, secondo le prescrizioni della legge 565/96, intende al più presto «sanare».
Discorso a parte va fatto per la «Legge sulla prevenzione e la copertura in caso di infortuni domestici», importante per quanto riguarda il riconoscimento del lavoro familiare e per l'impegno affidato alle Regioni in termini di prevenzione (e di prevenzione ce n'è grande esigenza, visti i dati circolanti: 9 mila incidenti in media al giorno, e       poiché oltre il 15 per cento ne ha subito più d'uno, un totale di 3 milioni 301 mila all'anno, con 2 milioni 254 mila persone colpite, di cui 1 milione 733 mila donne), ma carente sul piano delle prestazioni: oltre il 33 per cento per il riconoscimento dell'invalidità permanente e nessuno per il caso di morte, sia pure nella forma dell'una tantum al       momento del'evento letale. Se è vero che il 33 per cento è la soglia stabilita dall'Inail per tutte le categorie lavorative, è altrettanto vero che le altre hanno riconosciuta la reversibilità in caso di morte.      

     

T.L.

 

       
CASALINGHE DALLO PSICOLOGO
IL RISCHIO DEPRESSIONE
     

P ur non corrispondendo a verità lo stereotipo della casalinga depressa e attaccata alla bottiglia, è vero che alcune, quando non vedono riconosciuto il loro lavoro, si trovano in condizioni di particolare fragilità e devono ricorrere alle cure di uno specialista. Ce lo conferma la psicologa Enza Corrente Sutera, bresciana (autrice di un libriccino, Il punto, per aiutare a vivere in termini nuovi le piccole cose della quotidianità), che di casalinghe in difficoltà ne ha aiutate molte. Le abbiamo posto alcune domande.

     

Msa. La condizione di casalinga vissuta come necessità crea malessere?
Corrente Sutera.
Lo squilibrato rapporto tra l'impegno continuo e il non riconoscimento sociale, porta la donna a vivere una situazione di ambiguità tra la       quotidianità, le cose banali del chiuso mondo domestico e l'intimità, le cose profonde legate alla complessità delle grandi competenze sociali di cui la casalinga è investita: l'assistenza, l'educazione dei figli, la cura dei malati.
Oggi le casalinghe stanno psicologicamente meglio di qualche anno fa?
Di fronte alla complessità della situazione odierna la casalinga rischia di sentirsi       inadeguata, di sentirsi regina, ma relegata in un mondo chiuso anche se ambivalente.
Qual è il disagio più ricorrente?
Il pericolo più grande è quello di identificare la buona riuscita delle cose che la casalinga fa (il cibo, le pulizie, ecc.), con la buona riuscita di se stessa come persona e il riconoscimento del suo lavoro da parte dei familiari come stima verso se stessa. Naturalmente quando questi due esiti non si verificano, si genera nella casalinga sconforto, caduta di autostima, depressione. Un altro pericolo deriva dalla monotonia del lavoro domestico che può portare a forme di ossessività o di efficientismo che in ogni caso minacciano l'equilibrio psichico della persona o spingono al desiderio di evadere nel sogno (le casalinghe sono le più assidue spettatrici delle soap opere ) o nell'alcol (una quindicina di anni fa le associazioni di alcolisti anonimi       annoveravano tra la presenze femminili una percentuale di casalinghe).
Che cosa di sente di dire?      
Lo psicologo non può fare altro che consigliare alla casalinga di modificare il modo di porsi con le cose che si fanno, cercando di fare in modo creativo, di vivere la propria condizione in modo intelligente valorizzando le proprie competenze, evidenziando gli aspetti positivi di certe responsabilità che la investono, come per esempio l'educazione dei figli, facendo emergere tutti gli aspetti gratificanti e di che una tale incombenza può riservare.
Per ottenere ciò è necessario aver avuto dei modelli forti in tal senso, aver acquisito, attraverso la scuola e l'educazione, una grande disponibilità a informarsi, a prendere       coscienza del proprio ruolo, e a metterlo in discussione; è necessario avere un partner che spinga la casalinga a essere aperta verso l'esterno. L'associazione è molto importante sia nel campo della formazione, sia nel campo della presa di coscienza perché permette alla casalinga di uscire dal chiuso mondo domestico per socializzare problematiche ed esperienze e per trovare soluzioni arricchenti.

     

Maria   Fappani

 

Come sono cambiate le casalinghe
La casa le va stretta

Pur continuando a occuparsi dei figli e delle faccende domestiche, le casalinghe della nuova generazione cercano forme alternative di impegno nella cultura e nel volontariato.

di Tina Leonzi

Sono cambiate le casalinghe? Quali modificazioni si registrano nel loro ruolo in famiglia? La risposta riveste un carattere generazionale. Risultati di diverse indagini, anche distanti nel tempo, rivelano che il ruolo nella famiglia (per lo più assolto in toto dalla donna) pur influenzato da mutati modelli di mentalità e di consumo e da una molteplicità di fattori riconducibili all'«emancipazione femminile», presenta modelli differenziati che portano a definire e a distinguere due modi di vivere quel ruolo: quello tradizionale e quello innovativo.
Modalità che hanno, come parametri di differenziazione, l'età e la situazione familiare. A profili differenti corrispondono diversi, e spesso opposti, atteggiamenti di accettazione e attuazione del ruolo. Mentre le più anziane hanno vissuto, e vivono tuttora, la condizione in modo totalizzante (tutta casa e famiglia), le giovani, contrassegnate da un più elevato livello di secolarizzazione e da una maggiore apertura al sociale, mostrano di aver trovato un più felice rapporto tra le incombenze familiari e domestiche e forme di impegno alternative, in ambito culturale, volontaristico, associativo, istituzionale. Da queste ultime, il lavoro familiare e gli spazi del tempo libero vengono vissuti come rapporto di relazione e attività che le matura intellettualmente.
Questi comportamenti, che capovolgono quelli espressi dalle donne delle generazioni più anziane, autorizzano a prevedere un deciso rinnovamento del ruolo e dell'attuale gestione della casa. Come abbiamo visto, ben diverso è il modo di essere «casali-inga» delle giovani donne (che saranno sempre meno, evidentemente, data l'alta propensione all'impegno extradomestico) o delle giovani madri rispetto alle donne anziane, ancora legate a una concezione patriarcale della famiglia. Da quelle differenti realtà appare che è in atto una progressiva evoluzione del ruolo, tale da imprimere un nuovo assetto alla realtà familiare e sociale del prossimo futuro.
Quando si parla della donna casalinga come di una «lavoratrice familiare» (da non confondersi con la «collaboratrice familiare», che lavora in una famiglia non propria e, in quanto tale, riceve un adeguato compenso) si evidenzia come l'evoluzione del suo ruolo sia legata non solo a fattori sociologici, ma anche tecnologici, che hanno mutato profondamente la qualità del lavoro stesso, magari riducendone la quantità, ma non l'impegno. La varietà dei servizi domestici richiesti è aumentata in rapporto alle modifiche sostanziali che le condizioni di vita hanno registrato. La conduzione della casa, la responsabilità dell'educazione dei figli, le molteplici attività, la gestione del bilancio familiare, l'organizzazione del lavoro e del tempo libero, hanno fatto «lievitare» il lavoro della casalinga. Alle persone che si dedicano all'impegno domestico e familiare è richiesta una nuova preparazione, e lo stesso utilizzo dei servizi pubblici (scuole, ospedali, strutture sanitarie o consultoriali) che assicurano uno standard migliore rispetto al passato (anche se attualmente in calo, dopo i severi tagli della spesa pubblica), produce nuovo lavoro di relazione e di raccordo fra «famiglia» e «mondo esterno». La stessa introduzione degli elettrodomestici, che ha pure alleggerito la fatica fisica, non sempre ha diminuito l'orario di lavoro, che per lo più va ben oltre le otto ore giornaliere, previste per ogni altro lavoratore.

Quale ruolo, dunque, per le casalinghe nella famiglia e nella società di domani? Un ruolo fondamentale di trasmissione della vita, di cultura, di valori. Un ruolo umanizzante: crescere i propri figli, educarli, assistere gli anziani; occuparsi del benessere di tutti, della gestione della propria casa; chiudere gli occhi ai vecchi di famiglia nella loro casa, curare i malati, vuol dire conservare alla società quella residua dimensione di solidarietà e di umanità che ancora conosciamo. Partecipare alla vita della società: essere presenti nella scuola, nella parrocchia, nel mondo della cultura, del volontariato, nella vita associativa o politica. Essere casalinga significa oggi non più soltanto vivere e lavorare nella propria casa, a favore della propria famiglia. La donna casalinga nella società di oggi è una cittadina consapevole del proprio valore, capace di una presenza qualificata, una cittadina di «serie A», che chiede pari dignità con ogni altro cittadino.
La «lavoratrice familiare produce servizi» come si usa dire con una terminologia arida e burocratica. Eppure, quando, la casalinga in prima persona svolge i suoi compiti, senza delegarli alle strutture pubbliche, assolve un servizio e solleva da un grave onere la comunità sociale. Essa ha anche il ruolo di consumatrice (perché fa la spesa), questo è l'unico che la società le riconosce veramente: ma è certo che alla sua responsabilità e alla sua decisione sono affidate scelte, quantità e qualità dei consumi, definizioni di nuovi bisogni; bisogni incalzanti e tali da ripercuotersi in termini positivi (aumento della produzione e delle vendite) o negativi (esasperazione della situazione di povertà o di ricchezza; demarcazione più drammatica tra popoli ricchi e popoli sottosviluppati).
Un ruolo economico il suo: illustri economisti della scuola occidentale (si citano per tutti, Colin Clark e Simon Kuznets) hanno dimostrato, con ponderosi calcoli, la produttività del lavoro familiare; il lavoro misconosciuto, sottovalutato, quando non disprezzato, delle donne della casa, corrisponderebbe al 40 per cento del Pil di ogni stato nazionale. In questo senso, si può ben dire che le casalinghe costituiscono un pilastro delle economie degli stati nazionali e delle comunità internazionali, e quindi dell'Europa; esse sono comunque fondamentali anche nella prospettiva del risparmio, linfa vitale dell'impresa e del sistema produttivo.
Eppure quest'enorme massa di lavoro non è riconosciuta, sicché illustri economisti parlano di «reddito invisibile». La causa del disconoscimento sociale ed economico della lavoratrice familiare (95 per cento di sesso femminile) è da molti ravvisata nella gratuità del suo lavoro. In questo senso l'azione politica a tutti i livelli, deve volgere al riconoscimento del lavoro familiare e dei diritti che ne conseguono, perché le donne possano liberamente scegliere.

 

       
PER SAPERNE DI PIÙ      

DonnEuropee Federcasalinghe 
Sede nazionale: Via dei Cappuccini, 6 - 00187 Roma.
Tel . 06/4873431 - 06/4743044-06/ 4872155. Fax 06/4880153.
Internet :www.donne.it/
E-mail: europe@donne.it

     

Mo.i.ca. (Movimento       italiano delle casalinghe) -
Sedi nazionali: Via B. Castelli, 4 -25060 Brescia - Mompiano.
Tel. 030/2006951.
Via Nazionale, 204/1  00180 Roma.
Tel. 06/483471.
Internet : www.mc-point.net/moica (sito in fase di allestimento)
http://freeweb.aspi-de.it/freeweb/MOI-CA/index.htm
E-mail: moica@iname.com

Forum delle associazioni familiari
Viale Baldelli, 41 - 00146 Roma.
Tel . 06/5403466 -  Fax 06/5403467
Internet : www.forumassfamiglie.org
E-mail : ass.forum@tin.it

 

       
LE CASALINGHE IN EUROPA      

Come stanno le casalinghe negli altri paesi Comunità europea? Non meglio di noi... anzi! La condizione delle casalinghe italiane viene giudicata dalle nostre «colleghe» europee come la più avanzata. Noi abbiamo ottenuto delle leggi, non perfette, non       applicate magari, modificabili, perfettibili, ma negli altri paesi ancora nulla di nuovo sul fronte del riconoscimento del lavoro familiare è emerso dalle delegazioni europee presenti a Roma, nell'ottobre 1998, su del Mo.i.ca., (delegazione svedese, tedesca, irlandese, francese, spagnola, belga, greca) come problema europeo, come problema mondiale.      



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