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Dicembre 1999
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n. 1157



Chiesa

Gesù accoglie chi ha peccato e lo abilita alla comunione fraterna. A mensa con i peccatori

«Sono i malati e non i sani che hanno bisogno del medico», risponde Gesù a quanti lo rimproveravano di sedere a mensa con pubblicani e gente dal costume poco esemplare, «non sono venuto per i giusti ma per i peccatori».

di prova

Dalla vita
Il sorriso del pentito

di Umberto Folena

 Le foto d’epoca ce lo mostrano con la stessa assurda smorfia sul viso. Un ghigno malvagio, un’oscena caricatura di sorriso appiccicata storta. Era il 3 ottobre 1967 e Pietro Cavallero era stato appena catturato assieme al suo compare più fidato, Sante Notarnicola. Polsi stretti dentro le manette, collo della camicia slacciato, e quel sorriso sfrontato in faccia ai flash impudichi. La stessa maschera l’avremmo rivista addosso a Gian Maria Volonté, nel film «Banditi a Milano» di Carlo Lizzani, che avrebbe rievocato le tragiche gesta della «banda Cavallero». Una plumbea scia di sangue: 18 rapine, 5 morti, 27 feriti.
Sorrideva anche il 28 gennaio 1997, ma di un sorriso ben diverso. Il sorriso di chi era appena morto con la pace nel cuore. Per quattro anni e mezzo la sua banda aveva terrorizzato
Torino e Milano, inafferrabile. Poi
la cattura, la condanna all’ergastolo, il carcere. E qui l’incontro con frate Beppe Prioli. «Se vuoi parlare con me, frate, togliti il saio» gli aveva detto Cavallero senza sapere, forse, che stava pronunciando le sue ultime parole sprezzanti. Frate Beppe se l’era tolto e si era seduto accanto a lui.
Cavallero sarà un detenuto modello, nonostante una malattia, la stessa che lo ucciderà, provocata, secondo alcuni, dalle botte prese a Pianosa. Nel 1987 conosce Ernesto Olivero. Un anno dopo, quando ottiene la semilibertà, va a stare da lui al Sermig, all’Arsenale della pace.
Dirà di lui Olivero: «È un pentito che dal pentimento non ha guadagnato nulla. Per me è stato fratello, padre e anche figlio».
All’Arsenale, tra le altre cose, dipingeva, e con il ricavato della vendita dei quadri finanziava le iniziative a favore dei «meninos de rua» brasiliani.
Cavallero ha avuto la fortuna di veder riconosciuto il suo pentimento sincero e di essere accolto come fratello. La stessa fortuna è capitata a tanti altri, impossibile dire quanti, perché spesso le loro storie rimangono segrete, custodite con pudore dai protagonisti. Si va dagli ex terroristi – come Arrigo Cavallina, condannato a 23 anni, uno degli ideologi dei «Proletari armati per il comunismo», accolto all’«Opera don Calabria» nella sua città, Verona –, fino agli ex tossicomani, come Enrica Plebani, che trova il suo riscatto accanto a fratel Ettore Boschini, il fondatore del «Rifugio» della stazione centrale di Milano e di altre opere di accoglienza per diseredati, ammalati, senza fissa dimora. Una vita breve, la sua.
Morirà nel febbraio 1990 a soli 28 anni, appena tre accanto a fratel Ettore, ma sufficienti per divenire il suo braccio destro.
Ancora oggi, quando ne parla, a Fratel Ettore si inumidiscono gli occhi. Per lui è una santa.
Loro hanno avuto il coraggio di chiedere perdono, di cambiare radicalmente vita. La comunità «si è tolta il saio». Li ha saputi accogliere senza giudicare, senza riserve né pregiudizi, spogliandosi delle proprie incrostazioni: della propria supponenza, del proprio perbenismo. In Cavallero, Cavallina, la Plebani e in cento altri ha visto semplicemente il fratello, perduto e ritrovato. E ha spalancato le braccia, come Gesù ci dice che fa il Padre.

       
IL CALENDARIO DEL       GIUBILEO      

Dicembre 1999:

     

24 venerdì
Solennità del Natale del Signore

     

- Basilica di San Pietro:       apertura della Porta Santa e messa della notte.

     

25 sabato
Solennità del Natale del       Signore

     

- Basiliche di San Giovanni in Laterano       e Santa Maria Maggiore: apertura della       Porta Santa e messa del giorno.

     

- Basilica di San Pietro: benedizione Urbi et Orbi.

     

- Terra Santa: apertura del Giubileo.

     

- Chiese locali: apertura del       Giubileo.

     

31 venerdì
Basilica di San Pietro: veglia di preghiera per il       passaggio all’anno 2000.

     

Nel Vangelo
Un invito che cambia la vita

di Rinaldo Fabris

       
LA       CHIAMATA DI LEVI (MARCO 2,13-171)            

Uscì di nuovo       lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel       passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e       gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.
Mentre Gesù stava a       mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa       insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo       seguivano.
Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo       mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come       mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?».       Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno       del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i       peccatori».

Gesù riceve il battesimo da Giovanni, un rito di conversione per il perdono dei peccati. Egli si immerge nell’acqua assieme ai peccatori. Ma Dio lo presenta come «il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto». Quando Giovanni viene arrestato, Gesù intraprende la sua missione autonoma proclamando che il regno di Dio si è fatto vicino. Egli invita tutti ad accogliere questa buona notizia come impegno di conversione. L’azione di Dio si rende presente nei gesti di Gesù che guarisce i malati, libera gli indemoniati e annuncia il perdono ai peccatori. Egli condivide la mensa con i peccatori come segno della loro nuova relazione con Dio. Dopo il racconto del perdono e della guarigione di un uomo infermo a Cafarnao, segue quello della chiamata di Levi e del banchetto assieme a molti «pubblicani e peccatori».
Come nel racconto della chiamata dei primi quattro discepoli, Gesù è di nuovo lungo il «mare di Galilea», seguito dalla folla che fa da sfondo al gesto di Gesù. Egli, passando, «vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse 'Seguimi'. Egli, alzatosi, lo seguì». La parola efficace di Gesù cambia la vita di Levi. Egli è un esattore del fisco a Cafarnao, «seduto al banco delle imposte». L’invito di Gesù lo fa alzare per intraprendere il cammino di sequela. Levi si mette nel grupo dei discepoli che seguono Gesù assieme alla folla.
Subito la scena cambia. Si passa dalla strada alla casa di Levi, dove sono riuniti a mangiare «molti pubblicani e peccatori assieme a Gesù e ai suoi discepoli». Marco precisa che «erano molti infatti quelli che lo seguivano». La cerchia dei discepoli di Gesù si allarga anche sotto il profilo sociale e religioso. Infatti, tra quelli che lo seguono sono anche «pubblicani e peccatori». L’abbinamento di queste due categorie si comprende sullo sfondo della distinzione giudaica tra attività pure e impure. La riscossione delle tasse è data in subappalto a esattori locali che trattengono come compenso una percentuale. Questo procedimento si presta ad abusi da parte di esattori senza scrupoli. Ma è soprattutto il contatto con i pagani che rende ritualmente impuro il loro lavoro.
Si comprende allora la reazione degli «scribi della setta dei farisei», cioè dei maestri della legge che si ispirano ai principi rigorosi del movimento farisaico. Vedendo Gesù che sta a mensa con «i peccatori e i pubblicani», essi si rivolgono ai suoi discepoli dicendo: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». Per la terza volta in poche righe l’evangelista parla di pubblicani e peccatori. Quello che scandalizza i maestri osservanti è la commensalità di Gesù e dei suoi discepoli con gli «impuri». Infatti, la purità della mensa contraddistingue l’interpretazione e la pratica della legge da parte dei farisei. La presenza di una persona ritualmente impura contamina la mensa e tutti i commensali.
Gesù, che si sente direttamente interpellato dalla critica degli scribi, risponde con una sentenza programmatica: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». La metafora del medico nella tradizione biblica è riferita all’azione di Dio che si prende cura del suo popolo (Es 15,26). Nei Salmi il peccatore si considera come un malato che invoca da Dio il perdono e la guarigione. Dio, infatti, è colui che «perdona tutte le colpe» e «guarisce tutte le malattie» (Sal 103,3). In tale contesto, la chiamata di Levi e la commensalità di Gesù con i peccatori, confermano la sua missione. Egli rende presente il regno di Dio come perdono e riabilitazione dei peccatori. Gesù non condanna gli scribi osservanti della legge che si considerano «giusti», ma giustifica la sua condivisone della mensa con i peccatori come segno dell’azione sovrana di Dio che li perdona e li riabilita.

      

Nel catechismo degli adulti
Anna la divorziata

di Lucio Soravito

Gesù ha messo a soqquadro i benpensanti del suo tempo andando a cena con i pubblicani e i peccatori. A chi glielo fa osservare indignato, risponde: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Infatti Levi, invitato dal maestro, cambia vita. Allora quale atteggiamento Gesù ci chiede di assumere di fronte a persone che nella vita hanno fatto scelte sbagliate?

Domenica mattina, ore 10.20. Mentre sta ultimando la preparazione per la messa, don Sergio vede tra i banchi la signora Anna e le si avvicina. «Vuole leggere la prima lettura, per favore?». Anna esita: «Ma... io non l’ho mai fatto...». «Non si preoccupi. Venga, ha ancora dieci minuti per prepararsi».Anna non osa rifiutare. Al momento della lettura, un po’ emozionata, sale e legge, poi torna nel suo banco.
Anna è una signora riservata e tutti in paese la conoscono. Si sa che è divorziata e che si è risposata civilmente con uno del paese. È tornata a frequentare la messa da poco, dopo che la sua bambina ha ricevuto la Prima comunione. Il fatto che lei salga all’ambone a leggere la lettura non passa inosservato. Alla fine della messa, fuori, sul sagrato della chiesa, non mancano i commenti. «Io queste cose non le capisco – osserva un uomo –, ci vuole un bel coraggio per farsi vedere da tutti a leggere le letture!». «Io non ci vedo niente di male – risponde un giovane –, non lo sa che i divorziati sono membri della comunità, possono partecipare alla messa e anche leggere le letture? Basta che non facciano la comunione». «Con i tempi che corrono – commenta una donna – non si sa più cosa è bene e cosa è male… E ora si mettono anche i preti a confondere le idee!».
Che cosa dice Gesù a questo riguardo? Il Vangelo, soprattutto quello di Luca, mette in risalto a più riprese, con compiaciuta insistenza, che Gesù ha un «debole» per i peccatori, o meglio, ha una predilezione particolare per loro. Certo, non condivide le loro scelte sbagliate. Anzi, dice chiaramente a chi ha sbagliato: «Va e d’ora in poi non peccare più!» (Gv 8,11). Ma verso di loro ha un amore particolare, perché essi hanno più bisogno degli altri di fiducia, di perdono, di solidarietà. Per questo va a tavola con loro: per offrire a pubblicani e peccatori il dono della riconciliazione e l’amore misericordioso di Dio.
Gesù mostra come la salvezza di Dio trova spazio solamente nell’accoglienza, nell’incontro fiducioso che offre all’altro nuove possibilità di vita e lo mette in condizione di operare un’autentica conversione.
Egli giustifica la sua vicinanza e la sua amicizia con i pubblicani e i peccatori, dicendo che questo è il modo di agire di Dio Padre. Sedendo a mensa con i peccatori, Gesù manifesta la volontà del Padre, che è quella di incontrare ogni uomo, anche chi ha sbagliato, per fare di tutti gli uomini una comunità riconciliata dal suo amore misericordioso. Con le parabole della misericordia prepara poi la rivelazione dell’evento più incredibile: il suo morire per i peccatori.
Lo stile di Gesù ci invita a verificare innanzitutto se in noi e nelle comunità cristiane è presente l’atteggiamento moralistico di chi si considera «abbastanza buono» o comunque «meno cattivo» di altri e cerca di garantirsi la propria posizione erigendo steccati difensivi. Tale atteggiamento lascia trasparire la paura di essere contagiati, più che il coraggio di contagiare altri nell’esperienza della riconciliazione.
Gesù è molto duro nei confronti di chi si esalta per la sua posizione di «giusto», per cui si ritiene in diritto e dovere di condannare, mentre è molto comprensivo e premuroso nei confronti del peccatore, facendo capire che la sua missione è proprio quella della misericordia, dell’accoglienza e della conversione. La conversione sta nel mettere fine alla separazione che spesso instauriamo tra noi, che ci crediamo giusti, e coloro che possono aver sbagliato.
Gesù chiama anche noi a vivere relazioni interpersonali di stima, di fiducia e di perdono, grazie alle quali ognuno si sente accolto nella sua identità e nei suoi limiti, viene aiutato a saltare fuori dai suoi sbagli e a vivere l’esperienza della riconciliazione.
Secondo la Bibbia, la riconciliazione, la pace, la fraternità non sono conquiste umane, ma dono di Dio. L’uomo diventa disponibile ad amare un po’ di più e a perdonare, quando scopre di essere amato da Dio e quando sperimenta il suo perdono. Amandoci e perdonandoci, Dio ci rende capaci di amare come lui, di manifestare attraverso i gesti dell’accoglienza, della solidarietà e, soprattutto, del perdono l’amore misericordioso del Padre che vuole salvare tutti gli uomini e «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Mt 5,45).
La riconciliazione, dono gratuito del Padre, è accessibile anche a noi e si manifesta attraverso uno stile di vita capace di plasmare autentiche relazioni fraterne. Chi si sa accolto dalla misericordia del Padre non ha bisogno di separarsi per mantenere la propria «purità», ma grazie all’esperienza dell’essere, egli per primo, accolto incondizionatamente da Dio, può andare agli altri e farli partecipi della stessa esperienza.
È il grande paradosso che Paolo spiega nei primi capitoli della lettera ai Romani. Dal peccato, che è ribellione, odio, ostinazione, non si esce né con la forza morale della legge, né con misure di coercizione o di repressione; se ne esce solo quando l’amore di Dio, che gratuitamente perdona, viene annunciato e accolto.
Allora soltanto si scopre che ha senso non basare più la nostra vita sulla lotta contro l’altro, ma sull’accoglienza, sulla gratuità, sulla fiducia e sul perdono. Per riuscire a non temere più l’altro e, di conseguenza, per rinunciare a opporsi a lui, bisogna avere la sicurezza che il perdono e l’amore non sono mai una sconfitta. E questo può garantirlo soltanto Dio nel suo segreto parlare, attraverso lo Spirito, al cuore dell’uomo. Quando si capisce che il Crocifisso che perdona è Dio, Signore vittorioso, si può cominciare ad avere fiducia piena nella non violenza, nella resistenza silenziosa e paziente, nel perdono e, perfino, nel martirio.

           
     

IMPEGNO       PERSONALE

     

Prendiamo l’iniziativa di rivolgere il       saluto a persone che abbiamo sempre «evitato», a causa di rifiuti       «atavici» o a causa di pregiudizi religiosi, morali o ideologici. Quelle       persone si chiederanno le ragioni del gesto nuovo: capiterà di       spiegarglielo. Sarà la nostra conversione!

Tra i primi       appuntamenti previsti per l’Anno Santo, c’è il Giubileo dei bambini. Per       prepararli all’incontro, la Segreteria organizzativa ha predisposto due       sussidi, pubblicati dalla Elledici, che si rivolgono ai bambini e agli       educatori: Bambini e Ragazzi per il Giubileo 2000. È possibile       richiederli telefonando allo 011/9552131, oppure via e-mail al seguente       indirizzo: vendite@elledici.org
           



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