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Marzo 2010
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n. 1270



Storie di vita

John Bramblitt, la vista di un cieco

La straordinaria storia di un ragazzo texano cieco che oggi fa il pittore e che, come spesso accade, «ci vede più degli altri». John insegna la sua arte ai bambini non vedenti, stimolandoli a percorrere la strada giusta, a non arrendersi mai.

di Stefania Di Pietro

Ascoltare un suono, sentire un profumo, assaporare un cibo e associare subito dopo un’immagine a queste esperienze, regalando un volto anche ai ricordi del proprio passato. Quando le emozioni sono percepite da più organi di senso, anche quelli non predisposti naturalmente, ci troviamo di fronte alla «sinestesia». Conosciuta fin dal 1880, all’inizio era descritta come una patologia, ma oggi è considerata una capacità straordinaria del cervello, che può superare gli effetti di traumi devastanti e gravi invalidità lavorando senza porre barriere tra i cinque sensi in una continua e dinamica comunicazione.

Che la mente umana non si fermi neppure di fronte alla disabilità, lo dimostra la sorprendente vita di John Bramblitt, un ragazzo texano che, a causa dell’epilessia, ha perso la vista da adolescente. «Una cecità iniziata molto gradualmente – racconta John – dapprima con una perdita parziale della vista».
Oggi, a 35 anni, Bramblitt è un famoso pittore e le sue opere hanno fatto il giro del mondo. Sposato felicemente e papà di un bimbo di pochi mesi, John è un uomo che ha frantumato il muro della sua cecità, sostenuto quotidianamente da un’immensa forza di volontà, dall’amore per la vita in tutte le sue sfaccettature e dal potere di facoltà intellettive eccezionali. Il vero segreto di questo giovane artista sta, infatti, nel suo cervello. Bramblitt è un sinesteta e, nonostante le effettive difficoltà pratiche di un non vedente, ha coltivato la passione per la pittura realizzando un sogno che ad altri sembrava impossibile. Tavolozza e pennelli sono diventati i migliori alleati e con essi ha progettato una tecnica grafica utile alle persone cieche, conosciuta come lo «stile Bramblitt». John offre così speranza di successo e sogni anche a chi come lui non ha più occhi per vedere il mondo, insegnando la sua «arte» ai bambini non vedenti e stimolandoli a percorrere la strada giusta per non arrendersi mai.
«La comunità dei ciechi è sempre stata isolata – spiega questo artista coraggioso – perché la gente conta soprattutto su ciò che vede. Ma io non sopporto di essere intrappolato o etichettato». Gran parte della giornata John la trascorre nel suo piccolo studio, davanti alle tele, tra una lezione e l’altra presso gli istituti per non vedenti. Dipinge su fogli di canapa grezza, un materiale più ruvido che gli consente di quantificare lo spazio a disposizione soltanto con le dita. «Il passo più importante è stato la ricerca di nuovi materiali che sostituissero virtualmente le mie pupille. Le linee che traccio sono spesse e sporgenti in modo da delimitare gli spazi nei quali stenderò il colore. Utilizzo anche una vernice più densa, che lascia un’impronta palpabile sulla tela. Il quadro assume così l’aspetto di una scultura, che riesco a sentire al tatto» spiega John.

Le sue dita iniziano ad accarezzare il foglio, tastando con attenzione ogni ruga della carta e i segni marcati sul dipinto. I confini sono circoscritti con cura e questi sentieri di linee tangibili lo guidano verso la realizzazione dell’opera. John applica uno strato spesso di tinta bianca, così che il disegno resti impresso in rilievo, e poi intinge il pennello nei colori riem­piendo accuratamente gli spazi tra le righe. A ogni passo, percorrendo la superficie della tela, i polpastrelli si sporcano di vernice, ma è proprio la tintura pastosa a costituire il suo occhio artificiale. Così egli comunica con la schiera di colori posizionati sulla tavolozza, memorizzando la consistenza delle tinte e distinguendo manualmente persino le singole sfumature. Qualche istante per far asciugare il foglio e, a lavoro finito, John ne controlla pazientemente ogni angolo, ammirando, attraverso il solo contatto fisico con il quadro, il risultato incredibile del suo capolavoro. «Preferisco i colori a olio perché con essi riesco a identificare le varie tonalità direttamente con le mani. Ciascun colore ha, infatti, una densità differente» dice l’artista.

John raffigura i ricordi di esperienze vissute, di quando ancora poteva scorgere la bellezza del suo Texas, ritrae i luoghi della sua infanzia, i volti di persone e animali conosciuti: tutte le immagini sono tratte dall’idea conservata nella mente. È il cervello a fargli da guida. «Il mio cammino non è stato facile: all’inizio ero arrabbiato per quella che ritenevo un’ingiustizia – racconta Bramblitt – poi mi sono ricordato di mia madre che era solita dipingere quadri per rilassarsi. Così ho deciso di provare. Sono sempre stato attratto dalla pittura, ma pensavo di non esserne all’altezza». Per tanti anni John ha odiato i suoi dipinti, immaginandoli orribili e ritenendo una fortuna il fatto di non poterli vedere. Ma è stata l’arte a guarirlo da rabbia e dolore. «Quando ho cominciato, era quasi come se stessi cercando di gettare la mia cecità indietro, di vedere oltre, nel volto di Dio. Così, proprio come se fosse stato il Suo piano, sono venuto a patti con la mia cecità e non ho più smesso di dipingere».


Il cervello vede per me

«La differenza sta nello sviluppo di altre abilità che possano aiutare a compensare questa mancanza – spiega John –. Si può distinguere, pur senza la vista, ma soltanto attraverso il tatto, la varietà dei colori su un quadro. Ciascuno ha una trama diversa: il nero è liscio e fluido, il bianco è denso e corposo e le tonalità di mezzo derivano dalla combinazione delle varie densità. Alcune gradazioni hanno un aspetto ruvido, altre sono più vellutate e altre ancora fluenti o compatte». Bramblitt ha imparato anche a sentire la «voce» d’ogni colore, riconoscendo con le dita le singole differenze cromatiche e fissandole nella mente, proprio come se si trattasse di un brano musicale. «Ai colori appartengono delle qualità sonore e le nuance variano per ogni nota suonata. Un vecchio blues musicato a ritmo lento sarà associabile a colori diversi rispetto a quando le stesse note sono riprodotte in un rock ’n’ roll. Ogni dipinto è influenzato così dalla musicalità dei colori» sottolinea Bramblitt. I suoni bassi e profondi sono abbinati a tinte cupe come il nero o il marrone, mentre le note stridule e acute sono collegate al giallo o a certi verdi. Una condizione di disabilità visiva può amplificare questa particolare dote del cervello. «Sono considerato un sinesteta – prosegue–. In pratica, possiedo una capacità cerebrale straordinaria, che mi permette di percepire uno stimolo attraverso un senso diverso da quello prestabilito. Tra i sinesteti c’è chi avverte un profumo soltanto con la mente; io sono in grado di associare un suono a un colore».


Talentuosi si nasce

I sinesteti vivono esperienze sensoriali complesse e sono spesso dotati di una mente creativa. Possono seguire un brano musicale abbando­nandosi al flusso di immagini che l’ascolto della musica genera e, se stimolati dalla vista di numeri o lettere, ar­rivano anche a percepire odori o suoni inesistenti. Questo fenomeno è in genere una qualità rara, che appartiene agli artisti. Rimbaud ed Ellington, per esempio, raccontavano di riuscire a vedere il colore di alcune lettere: il nero della A, il verde della U, l’azzurro della O. Baudelaire giungeva alla sinestesia attraverso l’uso di allucinogeni, desiderando ampliare la propria coscienza per riuscire a interagire col mondo attraverso nuovi e inesplorati canali sensoriali. Kandinsky diceva di «creare quadri che si potevano ascoltare e musiche che si potevano vedere». Persino in letteratura «l’urlo nero» di Quasimodo, «il pigolio di stelle» di Ungaretti e «il chiacchiericcio liquido» di Montale, sono tra le figure retoriche che associano le parole ai sensi, dimostrando che molti scrittori, soprattutto ermetici, erano alla ricerca di intrecci emotivi superiori, nei quali «i suoni rispondessero ai colori e i colori ai profumi». Questa rara caratteristica umana è quindi collegabile al «talento», una dote che appartiene solo a pochi eletti, come ai grandi musicisti, capaci di provare sensazioni così profonde da tradurle in ritmi e melodie, creando emozioni condivisibili con il prossimo. Tutti artisti con virtù innate, in grado di viaggiare con la fantasia, guidati dalle emozioni generate dalle loro esperienze di vita. Proprio come John Bramblitt. 





Quando i colori stanno al posto dei suoni


A studiare il particolare meccanismo della sinestesia sensoriale è Julian Asher, ricercatore di genetica all’Imperial College di Londra, che ha recentemente verificato la possibilità di un collegamento cerebrale tra suoni e colori. Anche Asher è un sinesteta e percepisce il suono del violino come un bordeaux e quello del violoncello come un giallo. Alla base c’è un’elevata sensibilità, come spiega lo stesso ricercatore, che è collegata alla genetica umana in quanto coinvolge quattro cromosomi in grado di regolare il fenomeno della sinestesia e, contemporaneamente, l’evoluzione di gravi patologie, come l’autismo e l’epilessia. È così che la scienza dà un senso alle notevoli qualità dei sinesteti e l’esempio di John Bramblitt ha contribuito a verificare queste incredibili funzionalità. La storia clinica del pittore non vedente è stata, infatti, seguita anche da molti medici e scienziati, come il dottor Lofti Merabet, esperto d’oftalmologia e neurologia alla Harvard Medical School. «Studiare le capacità cerebrali di un non vedente fornisce un’opportunità unica per capire la notevole plasticità del cervello umano, un organo capace di riorganizzarsi funzionalmente, soprattutto dopo una lesione traumatica o una malattia» spiega l’esperto. È come se la mente assegnasse le funzioni perse dall’area danneggiata a un’altra zona esente da trauma. In particolare, il cervello di un cieco è capace di un notevole cambiamento dinamico e di un successivo adattamento in seguito alla perdita della vista. «Questi cambiamenti stanno spesso alla base di abilità artistiche e funzioni cognitive superiori, che coinvolgono, per esempio, memoria e linguaggio».



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