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Gennaio 2007
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n. 1235



Antonio oggi

Basilica e dintorni

Dalla Basilica al Cile seguendo un sogno

«Sedersi con i poveri, aspettando che Dio passi». Per padre Tullio Pastorelli, appena partito per l’America Latina, il vero senso della missione è tutto in questa frase.

di padre Paolo Floretta

Verso il Cile. Un ritratto di di padre Tullio Pastorelli (foto: p. Paolo Floretta).Dagli anni Cinquanta a oggi ben ottanta frati sono partiti dalla Basilica per andare in missione. Uno di loro, padre Tullio Pastorelli, ha lasciato l’Italia il 4 gennaio diretto in Cile, dove i francescani conventuali hanno due comunità: una a Santiago, la capitale, e l’altra a Copiapò, nel deserto di Atacama, nella parte settentrionale del Paese. Padre Tullio Pastorelli, classe 1963, nativo di Coredo, in Val di Non, Trento, ci parla della sua scelta di vita.

Msa. Padre Tullio, come è nato il tuo desiderio di essere missionario?

Padre Tullio. La mia vocazione missionaria risale alla mia infanzia, quando in chiesa ascoltavo i racconti avventurosi di un frate cappuccino missionario in Mozambico. Ne ero affascinato: bimbi poveri, sofferenze, miseria e questi frati, missionari in terre lontane, che si spendevano per gli altri. La decisione è maturata nella giovinezza, circa vent’anni fa, quando un giovane frate, Stefano Erlicher, è morto improvvisamente. Era un amico, e sapevo che aveva la missione nel cuore. La sua scomparsa prematura ha suscitato in me domande decisive, del tipo: come spendere la mia vita per gli altri? Erano le stesse che mi ponevo da bambino quando sentivo i racconti del missionario: che cosa fare per essere di aiuto agli altri? Ebbene, in quel tragico evento quelle domande hanno trovato l’occasione per fiorire lungo un sentiero di ricerca e di discernimento vocazionale.

In seguito cos’è successo?

Decisi di entrare nell’ordine dei frati minori conventuali, attratto sopratttutto da san Francesco d’Assisi, dalla sua sete di povertà, dalla sua semplicità, fraternità e radicalità evangelica; e anche da sant’Antonio, dal suo desiderio missionario, dal suo impegno al servizio dei poveri e degli ultimi. Finiti gli studi teologici, l’obbedienza mi ha portato a vivere per cinque anni nella comunità conventuale della Basilica, accanto alla Tomba di Antonio.

Che esperienza hai vissuto in questi cinque anni in Basilica?

Ho approfondito la figura di Antonio. Ho scoperto in lui un santo che viveva la radicalità e l’essenzialità del Vangelo, un uomo coraggioso e leale. Questo ha rafforzato il mio desiderio di andare in missione. Come pure il contatto con i devoti del Santo e la vicinanza alle loro sofferenze raccolte durante il mio ministero presso il Centro di Ascolto, accanto alla Tomba del Taumaturgo.

Che cosa porterai con te in Cile di questo lungo percorso?

Gesù nel Vangelo ci dice di essere leggeri, di non portare cose inutili con noi. Per questo spero, e desidero, di portare solo me stesso, la mia sensibilità, lo spirito di accoglienza, nella ricerca di quella pace che Francesco e Antonio hanno predicato e vissuto. Desidero condividere la speranza con le persone che non hanno voce per crescere insieme verso un mondo più fraterno e solidale. Al Cum (Centro unitario missionario) di Verona, dove mi sono preparato in questi ultimi mesi, mi è stato detto questo: «Il missionario è la persona che si siede con la gente povera e aspetta che Dio si manifesti». Questo mi piace molto.

Non c’è bisogno di missionari anche in Italia? Perché andare in missione, lontano?

È una buona domanda. La riflessione sul senso della missione, maturata dopo il Concilio Vaticano II, ci ha aiutato a far crescere una nuova mentalità, incentrata sul messaggio del Risorto: «Andate e annunciate il Vangelo in tutto il mondo». C’è un invito esplicito a ripartire sempre dalla conversione personale. Vivere – e andare – in missione, qui o altrove, porta con sé questa prioritaria esigenza di conversione che passa attraverso l’accogliere, il condividere, il farsi piccoli e poveri con chi lo è. Credo che un missionario che parte possa aiutare anche chi resta in patria a riflettere su come vive la propria fede. Anche questa è missione.

Che messaggio vuoi dare ai nostri lettori?

Anzitutto, la cosa più importante che un missionario può chiedere per sé e per la gente a cui è mandato è il ricordo nella preghiera. È la grande Famiglia antoniana a mandarmi in missione. Pregando, siamo tutti missionari.


Appuntamenti in Basilica.

Benedizione delle mamme in attesa
Domenica 4 febbraio: in occasione della «Giornata per la Vita», durante la messa delle 11.00, presieduta dal padre rettore, Enzo Poiana, ci sarà la benedizione e l’affidamento a sant’Antonio di tutte le mamme in attesa di un figlio. Tante sono le mamme che si rivolgono alla protezione del Santo durante la gravidanza e le donne che chiedono la sua intercessione per la grazia di un figlio.


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