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Maggio 2005
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n. 1217



Cultura

FRATEL VENZO A BASSANO DEL GRAPPA

Dalla bohème al convento con una passione: dipingere

Una pittura piena di colore quella di fratel Venzo, che dalla bohème di Parigi passò all'austerità della Compagnia di Gesù, dove continuò a dipingere. Ha lasciato quasi duemila tele.

di Alessandra Rossi

La storia di fratel Venzo è singolare. E va raccontata ancor prima di parlare delle sue tele, molte delle quali, in questi giorni e fino alla fine del mese, sono esposte a Bassano del Grappa, Cartigliano e Rossano Veneto, suo paese natale.
Mario Venzo nacque, dunque, a Rossano Veneto il 14 febbraio del 1900, tondo tondo, da Alfonso Venzo e Teresa Sartori, sesto di ben dodici figli. La famiglia era discretamente agiata, essendo il padre proprietario di una filanda di seta. E come in ogni buona famiglia, il figlio era destinato a continuare l'attività paterna: infatti, venne mandato a studiare ragioneria a Padova e solo nel 1920 riuscì ad avere il permesso di frequentare il corso di pittura all'Accademia di Venezia. Fin da ragazzo, sentì la vocazione all'arte: Il mio primo lavoro è stato nella mia camera, avrò avuto quattordici o quindici anni - scrisse infatti fratel Venzo - ho fatto delle colonne con dei vasi di fiori, l'avevo fatto per me. Avevo una zia che esponeva alla Biennale il cui marito era uno scultore che, anche lui, esponeva alla Biennale e loro mi hanno incoraggiato a studiare, ma mio padre mi vedeva più ragioniere nella sua azienda che pittore.
Nel 1920 vide esposte alla Biennale opere di Matisse, di Cézanne, di Van Gogh e nel 1925, col consenso della famiglia, si trasferì nel luogo dove più di ogni altro pulsava l'arte: Parigi, la capitale europea della cultura d'avanguardia. Ed ecco che lì scoprì l'amatissimo Cézanne e un grande dell'espressionismo pittorico: Georges Rouault.
Quando, dopo tre anni, gli venne a mancare l'assegno del padre, il giovane pittore dovette incominciare a mantenersi da solo e si mise a dipingere facili soggetti e a vendere quadri per strada.
Visse il suo periodo bohèmien, traslocando in uno dei quartieri più poveri di Parigi, in uno stanzone freddo che lui chiamava il granaio. La solitudine e la pochezza di mezzi lo provarono duramente, tuttavia Parigi offriva frequentazioni artistiche veramente eccellenti: al Café di Montparnasse circolavano Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Gino Severini, Massimo Campigli, Filippo De Pisis. Dal 1930 Venzo cominciò a partecipare a mostre collettive e allestì la prima personale alla Galleria Adam nel 1931. Al Salon des Indépendents del 1935 partecipò con un quadro intitolato Au but de la vie, ispirato a una povera vagabonda. Ma in questi anni in lui cominciò a insinuarsi il tarlo della crisi personale, e a farsi strada l'idea della vocazione religiosa. Venzo raccontava: A Parigi, appena risolte le difficoltà economiche, erano cominciate quelle spirituali. La vita mondana non mi attirava. Un po' alla volta mi sono incontrato con Dio. I preti mi dicevano: Un pittore non può perdere la sua libertà. Ma le opposizioni mi stimolavano. E così, una volta tornato in Italia, ho preso una decisione che maturavo da tempo. La svolta avvenne durante la seconda guerra mondiale. Mario Venzo rientrò in Italia e fece domanda per entrare nella Comunità del Beato Angelico, ma la sua domanda non venne accettata forse a causa dei suoi trascorsi parigini o per l'età matura. Allora entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù, a villa di San Fermo, a Lonigo.
Trascorse quasi cinque anni senza dipingere, occupandosi di mansioni umili come la cucina o la cura del giardino. La mancanza della pittura portò fratel Venzo a una profondissima crisi. La pittura era evidentemente un desiderio irrinunciabile, tanto che il ristabilimento dell'equilibrio personale non poté che passare attraverso il recupero dei pennelli. Nel 1945 venne mandato a Bormio per ristabilirsi, e riprese a dipingere.
E che le due vocazioni, quella pittorica e quella religiosa fossero estremamente connesse, lo dicono le parole stesse di fratel Venzo: Ho tanto camminato, ho tanto lavorato e sofferto per trovare il senso vero dei miei giorni. Non fu facile Signore. Credevo nella bontà e nella bellezza delle creature come ragione del mio esistere. È stato necessario che la sofferenza creasse dentro il cuore vuoti incolmabili perché la tua luce potesse entrarvi....


Il viaggio in Brasile: una svolta

Un'altra tappa biografica essenziale è il suo viaggio in Brasile del 1953: nove mesi di permanenza e due mostre personali che impressero una svolta cromatica forte nelle sue tele facendole esplodere di colori accesi. E del Brasile scrisse: Il paesaggio grandioso, pieno di luce, così in contrasto con i toni chiari e le forme dolci del paesaggio veneto, ebbe un effetto decisivo sul mio colore. Dapprima provai una specie di oppressione e di impotenza davanti a questa natura che mi dominava. Produssi molto poco. Ma ritornato in Italia sentii subito che qualche cosa di nuovo si andava operando in me. Il tono si fece più forte, molte volte violento; le zone di colore diventarono larghe, quasi piatte e la fantasia più libera. E ancora: Se io non fossi andato in Brasile, non avrei capito che avevo una sola piccola qualità: il colore. Parlare con il colore! Il colore-parola.
E quando tornò in Italia riprese a dipingere colline, paesaggi, nature con colori drammaticamente accesi, con accostamenti sferzanti, con forza inusitata: Queste sofferenze, questi distacchi, la purificazione che la preghiera e il raccoglimento andavano operando in me, favorirono a poco a poco una grande intimità con la natura. Gli alberi mi scoprivano la loro personale fisionomia, l'attitudine particolare di muoversi nello spazio, il loro colore più vero, quello che afferra l'anima più che gli occhi. Con maggiore evidenza comprendevo il ritmo delle masse, le forme astratte create dai piccoli appezzamenti di terra sulle colline. Ogni creatura diventava una parola, e una parola di Dio. Del resto, altri artisti dell'epoca, come Giovanni Barbisan, Lino Bianchi Barriviera, Domenico Cantatore, elessero il paesaggio come loro soggetto preferito.
Per dipingere, fratel Venzo partiva sempre dal vero: Si tratti di un paesaggio o di una natura morta, questi soggetti io li ho osservati, ne ho tracciato uno schizzo, che chiunque troverebbe incomprensibile, ma soprattutto mi sono annotato i colori. Poi quello che gli occhi fisicamente hanno osservato, mi si trasforma nella suggestione del ricordo e diventa visibile per quegli occhi, che sono qui, dentro di me. Dipinse moltissimo: il primo censimento sistematico delle sue opere a cura di Paolo Bellini, nel catalogo pubblicato in occasione di questa mostra, registra ben 1965 tele. Scorrendole, si vede subito la netta predominanza dei paesaggi. Colline, alberi, case, acque di tutti i tipi: mari, fiumi, pozzanghere: Matisse vedeva l'infinito in un carciofo, ma io camminando lo scorgo anche nel fango dopo la pioggia. I mille specchi delle pozzanghere sembrano pezzi di cielo incastonati nella terra.
I suoi paesaggi sono un'esplosione di colori, e proprio questi rendono il mondo interiore di fratel Venzo: I miei quadri sono spesso pagine di vita. Si potrebbe, seguendoli, vederne le fasi, gli arresti, il procedere a volte lento, a volte affrettato. Tutto però finisce, placandosi, anche quando i soggetti sono violenti, in un tono di pace. Pace conquistata, e perciò due volte cara. Nelle sue tele manca quasi completamente la figura umana. Le uniche figure che Venzo ritrae sono Gesù e Maria, sua madre.
Alla pittura religiosa è dedicata integralmente la sezione di Cartigliano, nella bellissima Villa Morosini Cappello. Vi si possono ammirare delle Vie crucis forti, grazie all'uso del colore dirompente e drammatico. La Madonna Addolorata è ritratta ai piedi della croce, partecipe dello stesso dramma del Figlio. E ancora una volta per dire questo Venzo usò il colore: i toni e i colori del volto di Maria, la Madre, sono gli stessi di quelli del Figlio. E il viso di Maria è alla stessa altezza di quello di Gesù. Venzo dipinse moltissimi soggetti sacri e questo soprattutto per volontà dei suoi superiori. Ma lui si definiva non un pittore religioso, ma un religioso pittore che cantava Dio come sapeva fare e cioè con il colore.     



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